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Come avviene per gli elettrodomestici e gli edifici, classificare la sostenibilità ambientale di ogni punto vendita in base a elementi del tipo:
-presenza di prodotti a km 0;
-possibilità di acquistare ogni frutta e verdura sfusa o in vaso (insalate, aromi, sedano, basilico possono essere coltivati a casa);
-presenza di confezioni del latte in tetrapack senza tappo in plastica e in generale imballaggi semplici e compatti da smaltire
-disponibilità di confezioni maxi per prodotti a lunga scadenza (es: detersivi, taniche anzichè flaconi, per non parlare delle minidosi dei reparti profumeria) o meglio erogatori per acquistare prodotti sfusi;
-disponibilità, nel reparto cura della persona, di spazzolini in bambù
-disponibilità, nel reparto acqua, di vendita di borracce, gasatori per l’acqua, caraffe filtranti, kit analisi per l’acqua del rubinetto
-reparto frigo con sportelli per non disperdere il freddo (questo sarebbe da rendere obbligatorio a dire il vero)
-presenza di pannelli solari o provenienza dell’energia da fonti rinnovabili
-colonnine elettriche nel parcheggio, numero di alberi intorno all’edificio
-possibilità di spesa a domicilio con consegna in cargo-bici
– possibilità di riconsegna degli imballaggi per il riutilizzo (vaschette, flaconi vari, vuoto a rendere)
-etc…

Gli stessi singoli prodotti possono essere classificati, ricevendo punteggi negativi qualora non siano adottate tutte le misure che diano la possibilità di scegliere una versione più sostenibile del prodotto (meno plastica/imballaggi inutili, meno rifiuti). Ad esempio, prodotti come gli yogurt probiotici sono disponibili soltanto in flaconcini da 100 ml ma potrebbero benissimo stare in confezioni da 1 lt.
Anche sulle case farmaceutiche si potrebbe ragionare, ad esempio se acquisto un antipiretico per la prima infanzia sono costretta ad acquistare anche una siringa dosatrice, pur avendola dalla confezione precedente. Le siringhe dosatrici e i misurini dovrebbero essere venduti a parte.